Il Barone Fersen e i misteri di Villa Lysis

Tra poesia e follia, la vita travagliata di un nobile dissoluto

L’isola di Capri non è famosa solo per gli incantevoli panorami e le atmosfere idilliache che evoca in ogni suo angolo, ma anche per gli straordinari personaggi che l’hanno visitata e che l’hanno eletta come loro buen retiro.
Fra i tanti intellettuali e artisti che qui hanno lasciato le loro tracce, alcuni si sono distinti per la loro luminosità e cultura, altri perché avevano cercato un rifugio lontano dalla frenesia del mondo e dagli occhi dei loro compaesani. Appartiene a quest’ultimo gruppo il Barone Fersen, al secolo Jacques d’Adelswärd-Fersen, uno dei personaggi più discussi di inizio Novecento a causa degli scandali a sfondo sessuale che costellarono la sua vita, ma che ricercava nella poesia un ideale di purezza perfetta e che si distinse per una consistente produzione letteraria. Nato a Parigi nel 1880, Fersen vantava nobili origini e parentele, discendendo da parte di padre dal Hans Axel von Fersen, il conte svedese che era stato amante di Maria Antonietta. A soli 22 anni diventa erede dell’industria dell’acciaio di Longwy-Briey, e l’ingente ricchezza, le origini prestigiose e la bellezza eterea lo rendono assai ambito dalle famiglie che avevano una figlia da sposare. Ma ben presto la sua fama viene offuscata dalla predilezione per la compagnia di ragazzi minorenni con cui organizza festini di dubbia natura.

Le messe nere e la fuga da Parigi

Nel 1903 viene accusato per una delle sue famose “messe nere”, in cui erano messi in scena grotteschi tableaux vivants a base di adolescenti e vizi vari, e condannato a 6 mesi di reclusione, una multa e alla sospensione dei diritti civili. Riesce a cavarsela senza troppo clamore, perché ai festini erano presenti altri nomi dell’alta società parigina che avevano interesse a mettere tacere tutto in fretta. Ma a quel punto sfuma il suo matrimonio con Blanche Maupéou. Il suo romanzo Lord Lyllian, pubblicato nel 1905, è una satira dello scandalo in cui fu coinvolto a Parigi, una miscela di realtà e finzione che fa seguito ad alcune raccolte di poesie pubblicate precedentemente, le Chansons Légères. Parigi non era luogo dove restare, e seguendo le proprie inclinazioni Fersen inizia a girare il mondo per poi approdare a Capri, località molto di moda fra i giovani rampolli della nobiltà europea. Sceglie l’isola di Capri, oltre che per la sua bellezza, anche perché gli promette solitudine, discrezione, tempo per scrivere e per pensare. E la bella società isolana lo accoglie in un primo tempo con tutti gli onori, come già aveva fatto con tanti illustri forestieri, anche grazie al suo modo di fare raffinato, alla sua cultura e alla sua bellezza.

Villa Lysis e l’amore per Nino Cesarini

Jacques decide di stabilirsi sull’isola e di costruire una villa sontuosa, immersa in un paesaggio teatrale a strapiombo sul mare, e affida i lavori all’architetto francese Édouard Chimot, che si esprime con lo stile art nouveau ed elementi neoclassici, suggerendo un dialogo ideale con la Villa Jovis di Tiberio. Al pianterreno fa realizzare il fumoir, la sua stanza preferita, dove trascorrerà molto tempo in compagnia dell’oppio. Su una parete esterna appone la targa: «L’an  MCMV / cette villa fût  construite / par  jacques / cte  adelsward fersen / et dèdiée / à  la jeunesse  d’amour.» Durante i lavori per la villa, Fersen riprende a girare il mondo, si innamora delle religioni buddiste e induiste di Ceylon, e rientrando in Italia a Roma conosce per strada quello che sarà l’amore di tutta la vita, il quindicenne Nino Cesarini «più bello della luce di Roma.» Lo porta con sé a Capri, istruendolo e facendolo passare come suo segretario. Ma ben presto la società caprese capisce i suoi gusti e lo emargina. Fersen si rifugia nella villa, prima denominata La Gloriette e poi Villa Lysis, ispirandosi al dialogo platonico Liside, dedicato al tema dell’amicizia e secondo i canoni contemporanei all’omosessualità.

L’attività letteraria e i fantasmi del passato

Gli anni che seguono lo vedono immerso in una prolifica attività letteraria: scrive i romanzi Une Jeunesse e Le Baiser, e nel 1909 fonda il giornale Akademos che però ha breve vita, nonostante i contributi di intellettuali di fama come Colette, Anatole France e Filippo Tommaso Marinetti. Ma Jacques continuerà a scrivere fino alla fine dei suoi giorni, perché nella scrittura riesce a trovare quella pace che il mondo esterno gli nega. La voce della sua pederastia lo perseguita, la dipendenza dall’oppio diventa sempre più problematica e pochi amici gli sono vicini: fra questi Gilbert Clavel, la Marchesa Casati, la principessa Ephi Lovatelli, Norman Douglas e Ada Negri. Quando esce il suo ultimo romanzo, Et le feu s’éteignit sur le mer, che non riscuote molto successo, Fersen è sempre più angosciato e dipendente dall’oppio, e malauguratamente fa l’ennesimo passo falso: decide di organizzare per i vent’anni di Nino una grande festa ispirata a un rito pagano con tanto di sacerdote e di Tiberio nella grotta di Matromania, in cui l’amante sarebbe stato divinizzato. Questa ennesima eccentricità, oltre a coprirlo di ridicolo gli provoca l’espulsione dall’isola. Dopo varie vicissitudini dovute alla guerra, Jacques riesce a tornare a Capri nel 1913, ma l’amore di Nino si è raffreddato. Jacques è perso, logorato dall’uso di droghe ma nonostante tutto riprende le sue abitudini: conosce un nuovo giovane, Corrado Annicelli, chiamato Manfred, con cui inizia a viaggiare, lo porta con sé a Capri. Nino osserva tutto con amorevole distacco.

L’atto finale

L’ultima raccolta di poesie di Jacques Fersen è Hei Hsiang. Le parfum noir (1921), ispirata all’oriente e alla camera cinese in cui ormai passava quasi intere giornate. La sera del 5 novembre si ritira, come di consueto, nella camera cinese, ma non rivedrà il mattino, morendo per un’overdose di cocaina. La fedele amica Ephi Lovatelli cura le sue esequie, la casa viene sigillata, molti oggetti derubati, e Nino, unico erede, viene accusato della morte del Barone dalla sorella Germaine, e per evitare ulteriori complicazioni le vende la villa e torna a Roma. Sull’architrave dell’ingresso resta inciso il motto «Amori et dolori sacrum.» Cala il sipario su Villa Lysis, la villa perfetta che diventò la tomba del Barone, sulla sua ossessione per Nino, i suoi viaggi e il desiderio di autodistruzione che lo hanno tormentato per tutta la vita. Ma la condanna sociale continuerà anche dopo la sua morte. Risuonano ancora severe le parole di Jean Cocteau: «Fersen, al pari di Ludwig di Baviera, appartiene a quel tipo di decadenti o di esteti che, incapaci di creare un capolavoro, vollero fare di se stessi e della propria vita un capolavoro.»

Nathalie Anne Dodd

Credit: Costantino Esposito
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