Capri, l’isola asimmetrica e futurista

Depero, Prampolini e Marinetti e la nascita di una nuova utopia artistica

«Il rosso dei gerani è sulle pareti delle case; il blu del cielo è intarsiato nei pavimenti; le piante delle margherite sono grosse come gelsi; i cactus hanno cento facce: guardarle e non toccarle. Dalla mattina alla sera sono ebbrezze di incantesimo e si sogna ad occhi aperti». Con queste parole estasiate Fortunato Depero descrisse la prima impressione ricevuta dall’isola, e ben oltre la visione idilliaca che condivideva con i turisti, ne colse la forza estetica e naturale tanto da coinvolgerla in una inaspettata mutazione. Dall’immaginario da cartolina, Capri si trasformò nella scena di una grande rivoluzione artistica e culturale che la scosse profondamente nel suo cuore languido, fervente di bellezza e mitologia. Per chi era abituato a considerare di Capri solo le meraviglie paesaggistiche, i comfort degli hotel di lusso e degli stabilimenti di cura, l’avvento del Futurismo con le sue stravaganze e visioni sovversive fu come un pugno in un occhio, ma anche un nuovo modo per conoscerne i misteri e i segreti più remoti, per cercarne l’autenticità, l’asprezza e quell’anima selvaggia che era e è la sua vera potenza.

L’arrivo di Depero sull’isola

Depero, giunto sull’isola con Filippo Tommaso Marinetti, autore del Manifesto Futurista, nel 1918 espose le sue opere nella Sala Morgano e nello stesso anno conobbe Gilbert Clavel, l’istrionico erede di una facoltosa famiglia di industriali tessili svizzeri che si trovava sull’isola per curarsi. Fra loro nacque un’amicizia e una collaborazione molto intensa, che iniziò con l’illustrazione di Depero per Clavel del libretto Un istituto per suicidi, e l’aiuto economico di Clavel a Depero per realizzare i Balli Plastici, che andarono in scena a Roma l’anno successivo.

Emblema di questa amicizia è l’immagine di copertina del libretto Un istituto per suicidi: i due posano mimando i Balli Plastici, Depero con un cavalletto sulle spalle e Clavel con un imbuto come cappello e la gobba in evidenza, sotto un sole cocente e impietoso. Le illustrazioni di Depero sono ambientate lungo i percorsi tortuosi della Torre Fournillo (la residenza di Clavel), introducendo quel clima drammatico di sospensione temporale che sono fra le prime caratteristiche del Futurismo. Clavel ispirò a Depero una serie di opere, fra le quali la più famosa è Clavel nella funicolare, del 1918. Fallito il progetto per i Balletti Russi Depero si lanciò in una nuova sperimentazione, quella dei cosiddetti arazzi, tarsie di stoffe colorate che utilizzò come collage su un supporto di cartone. Sempre a Capri concepì i Balli Plastici, raggiungendo il punto più alto della sua attività teatrale: in questa nuova prova, per sovvertire la scenografia eliminò anche gli attori, sostituendoli con delle marionette, superando così i concetti degli stessi Balletti Russi.

Ma dall’isola furono attirati anche altre schiere di intellettuali, scrittori e artisti, come il poeta Francesco Cangiullo, il pianista Alfredo Casella, gli scrittori Alberto Moravia e Elsa Morante, la pittrice Benedetta Cappa e il pittore Enrico Prampolini.

La visione sovversiva di Enrico Prampolini

Fu Prampolini a essere, più di tutti, ispirato dal paesaggio dell’isola, tanto da dedicarle, nell’estate del 1922, una serie di 40 opere intitolata Interpretazione futurista del paesaggio di Capri. Tra i dipinti spiccano Danza della Tarantella, Architettura cromatica di Capri e la celebre Grotta Azzurra, il cui interno viene scomposto in geometrie rigide e dai colori brillanti, sovvertendo la visione classica dell’isola.

Tra il 1946 e il 1948 Prampolini realizzò 200 disegni che espose nella Certosa di San Giacomo, la prima tappa di un progetto pluriennale intitolato L’isola futurista e centrato sui rapporti tra il futurismo e Capri. Distinguendosi con un tratto ironico e grottesco, Prampolini stabilì con l’isola un forte legame creativo, eleggendola sua meta estiva e deformando attraverso il suo sguardo dissacratore la variegata umanità di bagnanti e isolani che la popolavano negli anni della rinascita post bellica.
Frequentando Capri dall’inizio degli Anni Venti fino alla morte, nel 1956, Prampolini fu l’artista che più di altri operò un progressivo allontanamento ideologico sia dal regime sia dal marinettismo. Le sue opere degli anni Cinquanta segnano la svolta verso l’astrattismo, come si può cogliere nei dipinti di Marina Grande e Marina Piccola, che rivelano una nuova libertà stilistica e compositiva in chiave neocubista.

Capri, rifugio creativo degli intellettuali

Con l’arrivo di tanti intellettuali, Capri diventò un’oasi creativa e un rifugio per chi cercava pace dalla guerra, e da destinazione privilegiata per il suo clima e il suo mare incantevole diventò un nucleo culturale a livello internazionale caratterizzato da un’utopia stravagante e rivoluzionaria.
Il cosmopolitismo, l’imprevedibilità dei moti futuristi e il magnetismo resero l’isola centro di comunità di ogni genere e incubatrice di nuovi ideali sociali e politici (passò da lì anche Maksim Gor’kij, attorno al quale si erano raccolti una serie di personaggi di spicco).

«Capri», scriveva Marinetti, «sei il rifugio degli indispensabili disordini, il confortabile manicomio d’ogni igienica poesia. Meglio, sei un pugno teso fuori dal mare dei ritmi contro l’ordine europeo e il suo burocratico dovere morale.» L’ «isola asimmetrica» come amava definirla, diventò inarrestabile fucina di idee. Il nutrito gruppo di artisti durante il soggiorno si prodigò per creare manifesti, dipinti, racconti, testi teatrali, poesie, e proposero di utilizzare la Certosa di San Giacomo come sede di laboratori d’arte ed esposizioni. Capri divenne teatro di mostre, spettacoli, incontri stravaganti e spesso controversi, organizzati dalla compagnia futurista che aveva preso parte al Convegno del Paesaggio, organizzato dal sindaco Edwin Cerio per difendere il territorio dell’isola dall’incipiente speculazione edilizia.
L’isola dalla sfacciata bellezza, la terra nostalgica cantata nei miti subì una totale metamorfosi e diventò in pochi anni il simbolo della trasversalità e delle contraddizioni della poetica del futurismo. L’utopia si era compiuta.

Nathalie Anne Dodd

I nostri social