Cinquant’anni fa il concerto dei Pink Floyd a Pompei

Nel 1971, tra gli scavi archeologici all’ombra del Vesuvio, venne scritta una delle pagine più entusiasmanti della storia della musica

Il sole picchia sull’arena. I capelli lunghi sono spettinati dal vento. La schiera di potenti amplificatori fa vibrare l’aria. I suoni che provengono dal futuro generano visioni mistiche, quasi apocalittiche. Tutto attorno le gradinate ricoperte di erba di un grande anfiteatro romano. E poco più in là i volti scolpiti nella pietra, il vulcano, il fango che ribolle, le strade deserte di una città distrutta dall’eruzione. I Pink Floyd sembrano essere arrivati dallo spazio. Tra gli scavi di Pompei, cinquant’anni fa, scrissero una delle pagine più entusiasmanti della storia della musica mondiale.

L’idea di Pompei

The Dark Side of the Moon non era ancora arrivato, ma loro erano già dei miti dell’arte applicata al rock. Nel 1971, quindi, l’idea di realizzare un qualcosa di totalmente nuovo. Un film-concerto-documentario dove abbinare la loro musica alle opere di alcuni artisti contemporanei, come De Chirico e Magritte. Il regista Adrian Maben aveva quel pallino. Poi, però, ebbe un’intuizione: era in vacanza in Italia quando, trovandosi al tramonto tra gli scavi di Pompei alla ricerca del suo passaporto smarrito, gli venne l’idea di organizzare un concerto nell’anfiteatro dell’antica città romana. Ma senza pubblico. Soltanto i Pink Floyd, i loro strumenti, i tecnici del suono e gli operatori con la telecamera in spalla. Il regista, che conosceva il professor Ugo Carputi dell’Università di Napoli, riuscì così a strappare il permesso di girare, per pochi giorni, il suo film tra gli scavi di Pompei. I Pink Floyd, che nel sito archeologico all’ombra del Vesuvio suonarono sempre dal vivo lasciandosi andare anche a delle improvvisazioni, imbracciarono gli strumenti dal 4 al 7 ottobre del 1971. Cinquant’anni fa.

Un capolavoro di immagini e suoni

David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason organizzarono un concerto vero e proprio. L’unica differenza fu la mancanza dei riflettori – perché si suonò di giorno – e del pubblico. Dall’Inghilterra fecero dunque arrivare il top della loro strumentazione, compresa quella per la registrazione. L’energia elettrica fu invece portata nel centro dell’anfiteatro romano attraverso un lungo cavo che percorreva le strade della Pompei moderna e che aveva inizio proprio dal municipio della cittadina campana. Live at Pompeii, così venne chiamato il film, sarebbe poi stato terminato e presentato nel 1972. Alcune scene furono girate anche tra i vapori della Solfatara di Pozzuoli e altre ancora in uno studio di Parigi. Nel 1974, invece, la seconda versione del documentario, con l’aggiunta di nuovi pezzi. Il risultato fu un capolavoro di immagini e di suoni. Uno dei momenti più alti della storia del gruppo britannico. Tra pezzi di oltre 20 minuti e strumenti portati al limite, Live at Pompeii è un’opera immortale che continua a stregare ancora oggi. Indimenticabili, per esempio, le interpretazioni di Echoes, A Saucerful of Secrets e di One of These Days. Roba che resta impressa nel tempo. Poi la storia andò avanti. I Pink Floyd avrebbero assestato altri colpi di genio come The Dark Side of the Moon, Animals e The Wall. Più tardi Roger Waters avrebbe lasciato il gruppo, molti anni dopo Richard Wright sarebbe morto. Ma nel 2016 David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd, a Pompei ci sarebbe comunque tornato. Stavolta da solo, con 45 anni in più sulle spalle, sempre nello stesso anfiteatro ma davanti al pubblico. Un super concerto culminato con una versione stratosferica di Comfortably Numb. Un pezzo che, ai tempi del primo Live at Pompeii, non era stato neanche ancora immaginato.

Dario Budroni

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