Antonello Perillo

L’Isola che c’è vista da Perillo

Il giornalista Rai, habitué dell’isola, firma una guida storica per ragazzi dedicata a Capri 

Antonello Perillo spiega ai ragazzi la storia dell’isola di Capri. «Percorrere un impervio sentiero o un antico vicolo e respirare a pieni polmoni questa rigenerante atmosfera sospesa: io il paradiso lo immagino così.» È orgoglioso della sua napoletanità radicata sulla terraferma il giornalista Rai, caporedattore centrale responsabile del Tgr Campania, ma quando racconta le esperienze vissute sin da bambino a Capri, gli si rischiara il volto: «È un mondo incantato che fa parte ormai di me e che merita di essere narrato». L’incontenibile desiderio di trasmettere agli altri questa passione emerge da ogni pagina de L’isola che c’è, Capri raccontata ai ragazzi, la prima guida storica dell’isola che l’esperto reporter televisivo ha dedicato ai più piccoli. 

Che cosa spinge un giornalista immerso quotidianamente nella cronaca a scrivere un volume che invece viaggia nella dimensione del Mito?

«L’idea del libro è nata all’inizio degli anni Duemila. Villeggiavo come sempre a Capri perché quest’isola è praticamente nel mio sangue. Il giorno di Ferragosto c’erano davvero tante persone in giro a godersi quell’estate, dalla piazzetta alle spiagge. Insieme a mio fratello e a mio figlio, allora bambino, decidemmo di spingerci un po’ fuori dall’allegro via vai dei vacanzieri e raggiungemmo, dopo una piacevole passeggiata, la straordinaria formazione rocciosa dell’Arco Naturale. Lì ci trovammo incredibilmente soli, pur non essendo tanto lontano dai luoghi di ritrovo.»

Cosa accadde?

«Qualcosa capitò dentro di noi: stavamo vivendo un momento di estasi solitaria immersi nella natura primordiale. In quel momento pensai che quest’isola possiede straordinarie ricchezze che sono però meno vissute e conosciute rispetto ai luoghi della tradizionale villeggiatura. Questo vuoto andava assolutamente colmato, soprattutto con i più giovani. In tal senso, fondamentale fu anche l’incoraggiamento del mio grande e compianto amico Roberto Ciuni, storico direttore del Il Mattino e anche lui innamorato di Capri».

Nel libro sfumano i confini tra storia e favola e l’isola di Ulisse, delle sirene, dei greci teleboi, della Scala fenicia è la stessa di Augusto, di Tiberio, che qui si ritirò per ben undici anni, e del terribile pirata Barbarossa.

«Non è un caso che le mie prime intense emozioni, tra sogno e realtà, le ho vissute da bambino proprio nell’isola, sognando le battaglie ottocentesche tra gli inglesi e i francesi di Murat sui Fortini di Anacapri o scalando i ripidi versanti del Monte Solaro per ammirare dall’alto il grandioso scenario dei Faraglioni.»

C’è ancora spazio per il sogno nell’animo dei nativi digitali?

«Certamente. Intanto i ragazzi delle scuole locali hanno partecipato attivamente alla realizzazione del libro arricchendolo con accattivanti disegni. E poi la lettura ha suscitato in loro curiosità e nuove domande. Uno di questi fanciulli mi ha chiesto a bruciapelo: Perché hai scritto il libro

Che gli ha risposto?

«Che volevo raccontare la mia visione del paradiso.»

Marco Molino

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