Godard e la politica degli autori

Il regista è stato uno dei capostipiti della Nouvelle Vague, girando capolavori inestimabili come Fino allultimo respiro e Il disprezzo, quest’ultimo ambientato sull’isola di Capri

È difficile descrivere in poche parole una figura così importante per il cinema mondiale. Esponente della Nouvelle Vague, critico cinematografico, esperto conoscitore del linguaggio nelle sue sfumature. Tutto questo però rispecchia solo un frammento di chi è stato realmente Jean-Luc Godard. Un uomo che non ha posto freni alla propria libertà e alla propria ricerca dal punto di vista artistico. Pensando a ciò che ha realizzato nel corso della sua vita, è stato uno degli autori che ha sfidato quello strumento capace di raccogliere i sogni, trasformandoli in immagini. Un’evoluzione che è partita dalle pagine di Cahiers du Cinéma, la rivista di critica per eccellenza dove per altro ha conosciuto uomini di straordinario intelletto come André Bazin e Jacques Doniol-Valcroze (i fondatori del giornale) e i futuri colleghi come François Truffaut. È proprio grazie a lui e a Truffaut se oggi consideriamo Alfred Hitchcock un regista di primo livello, e non un banale autore di racconti di serie B. E già qui si deve davvero ringraziare la sua indole che non si è sottratta alla critica e allo scontro contro il conformismo che partiva soprattutto dal cinema classico, dove tutto era estremamente calcolato nei dettagli.

godard

Il cinema negli anni si stava evolvendo, dalle pellicole a strumentazioni più leggere che consentivano finalmente di avvicinarsi alla realtà, lontana dagli studios. Questa rivoluzione sotto l’aspetto tecnico determinò lo sviluppo di un’altra ancor più importante. Una rottura con il passato che passava attraverso la definizione di un linguaggio soggettivo e moderno. La Nouvelle Vague era questo: un cinema legato non tanto alle storie o allo sviluppo di un tema, quanto alla creazione di un’identità vicina al suo autore. Lo stile del regista diventava fondamentale nell’analisi di un racconto al pari della penna di un grande scrittore di romanzi. Da qui si iniziò infatti a parlare di “politica degli autori” che prende spunto dalle teorie di Bazin sul linguaggio e le traduce in qualcosa di sostanzialmente autentico. Il cinema non doveva essere più una visione artefatta (legata al montaggio classico e alle dissolvenze) ma doveva restituire «la dimensione visiva di un evento» senza manipolazioni come sostiene Antonio Costa nel libro Saper vedere il cinema. Questo però poteva avvenire solo se c’era maggiore consapevolezza da parte del pubblico, competente, maturo e capace di riconoscere lo stile di un autore con uno sguardo attento e critico.

Godard, oltre ad aver sviluppato un proprio linguaggio filmico, con la Nouvelle Vague sperimentò il concetto di tempo sia come linguaggio sia come contenuto. Il jump cut – un’operazione di montaggio dove vengono eliminate delle parti centrali della scena pur mantenendo invariata l’inquadratura – fu mostrata in uno dei suoi più grandi capolavori come Fino allultimo respiro, firmato anche da Truffaut essendo l’autore della sceneggiatura del film. Ciò che è interessante è inoltre questa sua volontà di raccontare la quotidianità senza mai togliere le parti considerate ridondanti dal découpage classico. Perché la realtà non passa mai tra dissolvenze e la scritta fine che chiude il cerchio della storia. Tutto per lui è importante, perché è parte stessa del mondo che lo circonda. E il cinema, in quanto tale, deve essere in grado di mostrarla senza filtri o tecniche che sviliscano il suo messaggio: «La fotografia è la verità, il cinema è la verità 24 volte al secondo». Una frase che è ben raffigurata in una delle scene de Il disprezzo (girato sull’isola di Capri) quando si cerca di descrivere la crisi tra lo scrittore Paul Javal e Camille, interpretata da Brigitte Bardot. In questa sua lunga ricerca della purezza del cinema lontana da compromessi produttivi, ci ha lasciato delle riprese che ancora oggi descrivono il significato e le emozioni che si celano dietro la bellezza della settima arte, a cominciare da quella panoramica che mostra il cammino di Paul verso il punto più alto di Villa Malaparte, considerata una delle scene iconiche di quel film straordinario. Adieu, Godard.


Riccardo Lo Re

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