grotte capri

Avventure speleologiche nelle caverne dell’isola

Tra mare e montagna: le formazioni rocciose si protendono nei fondali marini e nelle viscere della terra

Le pareti calcaree dell’isola di Capri assorbono da milioni di anni il calore del sole, mentre vento e salsedine levigano le rocce sospese nel vuoto. È la luce che domina questi monumenti primordiali, un mondo di pietra che si offre senza pudore al nostro sguardo, invitandoci a non cercare altrove. Ma la curiosità talvolta non dà tregua: sappiamo, infatti, che gli eterni promontori sono solo la punta dell’iceberg. Le formazioni rocciose dell’isola si protendono nei fondali marini e nelle viscere della terra, proprio lì dove speleologiche avventure – da condurre rigorosamente in sicurezza – ci consentono di scoprire l’anima segreta di questi luoghi arcani.

Sessantadue grotte

Lo studioso austriaco Giorgio Kyrle ha censito nell’isola circa sessantadue grotte di varie dimensioni. Molte di queste cavità si aprono nel cuore di rilievi montuosi inaccessibili e mai sono state esplorate in profondità. Anche la più famosa di tutte, la Grotta Azzurra di Anacapri non è poi così conosciuta come si potrebbe immaginare, almeno dal punto di vista naturalistico. I turisti vi entrano appiattendosi sul fondo delle barche e s’inebriano allo spettacolo dei riflessi mutevoli sulla volta dell’antro principale, chiamato «duomo», ascoltando storie di antichi riti e maledizioni. 

Le firme degli antenati

Chi cerca invece un rapporto intimo con i misteri della terra, troverà forse più interessanti le numerose caverne, anche sopra il livello del mare, che si dipanano oltre l’ambiente d’ingresso. Labirinti seducenti ma difficilmente percorribili che nei millenni sono stati comunque frequentati da antenati curiosi come noi, o in cerca di un nascondiglio. Pensiamo solo alle ore o forse alle intere giornate trascorse da anonimi progenitori nella cosiddetta Sala dei Nomi, ricoperta di firme lasciate per i posteri, una sorta di «io c’ero» che riecheggia dalle epoche passate.

Tra archeologia e geologia

Anche nella Grotta dell’Arsenale, vicino a Marina Piccola, gli antichi si rintanavano volentieri per adorare le loro divinità del mare. I resti del ninfeo di epoca imperiale si integrano con le formazioni calcaree dell’insenatura a conferma della funzione protettrice che ha avuto per infinite generazioni di pescatori. Di origine carsica è invece la Grotta di Matromania nei pressi dell’Arco Naturale. All’interno doveva gorgogliare una sorgente considerata sacra. Diverse statue e chissà quanti altri manufatti di età augustea sono stati purtroppo trafugati nel corso dei secoli. Ma il sole che spunta all’alba da dietro Punta Campanella e inonda la caverna di riflessi dorati sancisce l’armonia tra l’uomo e la maestosa formazione geologica, senza bisogno di orpelli: il sogno degli avi è rimasto nel nostro DNA.

Verso il centro della Terra

Matermania è una passeggiata, ma l’approccio con altre cavità deve essere valutato con attenzione. La Grotta Meravigliosa è ad esempio abbastanza ardua da raggiungere, eppure i giochi di luce prodotti da stalattiti e stalagmiti ripagano ampiamente della fatica. La Grotta di Tiberio, posta a 230 metri sul livello del mare, è stata invece conquistata solo dai rocciatori del Cai (Club Alpino Italiano). Gli speleologi alle prime armi devono farsi le ossa su percorsi più semplici, anche per avere il tempo di assimilare le regole fondamentali di questa disciplina, a cominciare dall’imperativo di condurre le esplorazioni con almeno quattro partecipanti e dall’uso imprescindibile di casco, ginocchiere, gomitiere e guanti. Oltre al kit di pronto soccorso. Attrezzatura moderna ma emozioni antiche. Tanto che ciascuno può partire facendo proprie le parole del protagonista di Viaggio al centro della Terra, scritto nel 1864 da Jules Verne. «Non avevo ancora gettato lo sguardo in quel pozzo senza fondo in cui stavo per inabissarmi. Era venuto il momento.» 

Marco Molino

Credits: Costantino Esposito

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